Anche quest’anno siamo tornati alla Bologna Children’s Book Fair con quello sguardo un po’ doppio di chi ha vissuto questo settore dall’interno per tanto tempo. Da un lato l’entusiasmo genuino di chi ama davvero l’editoria per ragazzi, dall’altro quella specie di radar professionale che continua a leggere tra le righe, cosa sta cambiando, cosa funziona, cosa si muove sotto la superficie e cosa invece resta ostinatamente uguale.
Per dare un contesto vi posso dire che per anni ho lavorato nella progettazione di magazine per ragazzi, condividendo oneri e onori con mia sorella Erica. Lo abbiamo fatto attraverso la mia attività di consulenza, Luce Digitale, collaborando con marchi e proprietà intellettuali che, per chi ha frequentato questo mondo, non hanno bisogno di presentazioni: Winx Club, Ben 10, Hello Kitty, Shrek Forever After, Titti e Silvestro, Tom and Jerry, I Cavalieri dello Zodiaco, Melevisione, Rio the Movie, Mermaid Melody, Fairies Disney, Gormiti, Hulk. E poi con realtà della grande distribuzione e dell’intrattenimento come Rai, Rainbow, MTV, Giochi Preziosi, Warner Bros, DreamWorks, De Agostini, Mondadori, Play Press, Grani&Partners.
Lo dico non per fare l’elenco della spesa, ma perché è il motivo per cui, quando entri in fiera, non la guardi solo come “la fiera del libro per bambini”. La guardi come un ecosistema. Un punto di incontro tra editoria, illustrazione, educazione, licensing, IP, e (quando c’è) innovazione digitale. E anche per questo, due anni fa, abbiamo deciso di fondare Sunflowers Road, una rivista dedicata alla letteratura d’infanzia, in cui Erica è responsabile dei contenuti. In un certo senso, Bologna è anche il luogo dove testiamo sul campo se la nostra intuizione è ancora buona, per capire dove sta andando questo mondo e perché ci interessa così tanto.

Detto in modo diretto: anche quest’anno la BCBF si è confermata una manifestazione di primo livello. Lo si percepisce subito, ancora prima di “vedere” davvero gli stand. È un clima. Una densità di persone, di appuntamenti, di idee e di lavori in corso che non trovi in molti eventi. E soprattutto è un posto dove l’arte non è una decorazione, ma uno strumento.L’arte usata per educare, per formare, per accompagnare l’infanzia (che è forse la cosa più difficile in assoluto).
Quest’anno abbiamo avuto anche un piccolo vantaggio pratico… il pass stampa. Non è solo un dettaglio logistico, perché cambia davvero la qualità dell’esperienza. Avere una postazione fissa, poter usare la saletta per parlare in privato con autori e professionisti, avere un guardaroba che ti permette di muoverti leggero (e chi è stato in fiera lo sa che dopo ore a camminare con cataloghi e materiali, “leggero” diventa una parola importantissima) rende tutto più efficiente. Ti concede anche quel lusso raro di poterti fermare ogni tanto, respirare, rimettere insieme gli appunti e ripartire senza essere costantemente in apnea.

La prima cosa che colpisce, come sempre, è quanta gente ci sia. E non è una folla indistinta ma è una folla fatta di tribù diverse che convivono nello stesso spazio. Ci sono i giovani illustratori che arrivano con portfolio e occhi spalancati, in cerca di ispirazione e contatti. Ci sono gli addetti ai lavori che si riconoscono per il passo veloce e per quell’aria da “ho cinque call tra dieci minuti”. Ci sono personalità della scrittura e del disegno che si muovono in incognito tra la gente. Ci sono manager e agenti che rappresentano marchi e licenze, e che in fiera non “guardano” soltanto ma trattano, valutano, annusano tendenze.

Poi c’è la differenza netta tra l’area italiana e quella internazionale, che non è solo una divisione geografica ma è proprio un cambio di temperatura.
La sezione dedicata principalmente agli editori italiani era sorprendentemente ricca di nuove proposte. Si vedevano nuove case editrici nate da poco, spesso dopo il periodo durissimo del COVID. E questo, al di là di ogni analisi economica, è un segnale. Significa che il settore non si è ritirato in difesa, ma ha continuato a rigenerarsi. Si respirava una voglia concreta di ripresa, che non è retorica perché la senti nelle conversazioni, nel modo in cui ti raccontano i cataloghi, nella cura “artigianale” con cui molti piccoli editori costruiscono la loro identità.

Abbiamo incontrato realtà piccole, lontane anni luce dal budget e dal branding di una multinazionale dell’intrattenimento, ma proprio per questo spesso più autonome, più coraggiose. Case editrici che scelgono di essere verticali, nel senso migliore del termine: non “pubblichiamo un po’ di tutto”, ma “questa è la nostra filosofia, questa è la nostra regola, questo è il nostro patto con chi ci legge”. Una dedicata solo ai libri che parlano della paura dei più piccoli (tema delicatissimo, perché richiede tatto e competenza). Una dedicata ai silent book, dove la narrazione è affidata interamente alle immagini e dove ogni pagina deve reggere da sola, senza l’aiuto delle parole. Un’altra concentrata sull’importazione di prodotti selezionatissimi dall’oriente, con un’attenzione quasi curatoriale.

Qui entra in gioco una cosa che dall’esterno spesso non si vede, il successo di un libro per l’infanzia non è solo la pila in libreria e il numero di copie vendute (che è la parte più facile da osservare) ma è anche un lavoro sul territorio fatto di laboratori in biblioteche e scuole, di relazioni con insegnanti, di fiducia costruita lentamente. In questo settore la fiducia è spesso “ad personam”, l’editore non vende solo un oggetto, vende una strumento educativo e culturale. Ecco perché molti piccoli editori diventano quasi maniacali nella ricerca della qualità, e nella scelta di titoli che siano perfettamente allineati con la loro identità.

Questa complessità rende anche più difficile la strada per chi è giovane. Non basta più “saper disegnare bene”. Non basta nemmeno avere una bella idea. Le variabili da intrecciare sono molte come comunicazione, didattica, sensibilità narrativa, conoscenza del pubblico reale (che non è solo “il bambino”, ma anche l’insegnante, il libraio, il genitore). Un libro deve funzionare per chi lo leggerà e per chi lo sceglierà. Deve piacere, ma deve anche essere “adottabile”, difendibile, proponibile. Eppure, nonostante tutto, abbiamo incontrato giovani autori davvero talentuosi, che stanno emergendo accanto ai nomi già consolidati. Non è un dettaglio perché significa che c’è ricambio, che questo settore continua a essere un terreno fertile.

Nel lato italiano abbiamo notato anche una presenza maggiore di vendita al dettaglio. È una scelta che trovo sensata, perché rende l’evento più sostenibile anche per chi non ha risorse enormi. Non tutti sono lì per chiudere accordi internazionali, per molti editori, vendere libri in fiera è anche un modo per respirare, per coprire costi, per misurare l’interesse del pubblico in tempo reale.
Poi attraversi idealmente un confine e arrivi nell’area esteri. E cambia il clima. Qui la vendita al dettaglio non c’è, qui si parla soprattutto di diritti e licenze. È un mondo in cui i libri sono, sì, oggetti culturali, ma anche “asset” che viaggiano. Quest’anno si notavano molti publisher cinesi, e in generale rappresentanze da ogni parte del mondo. In quest’area vedi più agenti in giacca e cravatta, più agende fitte, più valigette con campioni, più conversazioni veloci e misurate. Più business, certo… ma non per questo meno interessante. Anzi è forse la parte più utile per capire cosa arriverà sul mercato nei prossimi mesi, cosa verrà tradotto, quali tendenze stanno prendendo piede, quali estetiche e temi stanno diventando globali.

E a questo punto arriva la domanda che, per un magazine online dedicato al digitale e alla creatività, è inevitabile: com’è messa BCBF sul fronte digital?
La risposta, almeno per come l’abbiamo vissuta, è sfaccettata. Sul panorama italiano non ci sono grandi spazi espositivi dedicati in modo evidente al digitale. E questa cosa non mi sorprende, perché la percepisco da anni in un contesto molto “autorale” e centrato sul cartaceo (dove dominano piccoli editori e una filiera ancora profondamente legata all’oggetto libro), la connessione fisica tra digitale e libro resta debole. Non perché manchino le idee, ma perché spesso manca il ponte culturale e progettuale. Un libro illustrato non si fa bene solo perché sai disegnare. Allo stesso modo, un’app educativa non si fa bene solo perché sai programmare. Servono arte, didattica, sensibilità, e la tecnologia deve essere uno strumento al servizio di quella triade, non il centro. Quando questo equilibrio manca, il digitale diventa o un gadget o una scorciatoia.

Detto questo, il digitale “si vede” di più a livello internazionale, perché la mentalità è spesso più transmediale e perché ci sono possibilità economiche e strutture diverse. Soprattutto se ne parla molto nel programma dei panel, che quest’anno era davvero ricco di appuntamenti dove il digitale non era un’aggiunta, ma una lente attraverso cui ripensare il publishing.
Di seguito alcune iniziative che meritano sicuramente una mezione, potrei citare il panel su come lavorare con le IP nei videogame, cioè su quel passaggio ormai cruciale in cui un personaggio o un mondo narrativo non vive più in un solo medium, ma deve essere progettato per attraversarne diversi. Si parla di costruire ecosistemi transmediali, dallo schermo al gioco, quindi di come si crea continuità tra esperienza narrativa e interazione, senza tradire l’identità originale. Si parla di come produrre giochi accattivanti e sicuri per i bambini, e anche di come monetizzarli. E poi, inevitabilmente, si parla di intelligenza artificiale: agentic systems nel workflow editoriale, predictive publishing e dati che riscrivono il decision making, responsabilità del publishing nell’epoca dei contenuti generati dall’AI, leadership e creatività “intelligente”.
L’AI non è più un discorso da conferenza futurista, è entrata nei processi produttivi. Da un lato come strumento di gestione dei dati e di previsione (analisi di trend, lettura di mercati, supporto alle decisioni editoriali), dall’altro come strumento che impatta direttamente la produzione dei contenuti. Ed è proprio quest’ultimo punto quello che crea tensione, soprattutto tra artisti e scrittori. Perché quando l’AI entra nell’area “creativa” non la percepisci più come un software, ma come un interlocutore, o peggio come un competitor. La paura non è solo economica (che è reale), è identitaria, cosa resta del mestiere, cosa resta del gesto, cosa resta dell’autore. E in un settore come quello dell’infanzia, dove l’autenticità dello sguardo conta tantissimo, la domanda diventa ancora più delicata.
Eppure, proprio Bologna ti ricorda che la creatività non è una singola tecnica. È una responsabilità. È una relazione. È un modo di scegliere cosa mettere davanti agli occhi di un bambino. La tecnologia può accelerare, può supportare, può ottimizzare, ma non può sostituire quella responsabilità, perché quella responsabilità non è un output ma è un’intenzione.
La BCBF, vista così, è un osservatorio prezioso. Serve al creativo per capire cosa si muove (stili, temi, linguaggi visivi, formati). Serve a chi lavora con marchi e licenze per vedere come si stanno evolvendo i mondi narrativi e come vengono pensati in ottica globale. Serve a chi fa editoria per non rimanere isolato nella propria bolla. E serve anche a chi fa digitale con una certa serietà, perché è uno dei pochi luoghi dove puoi osservare la “materia prima” dell’immaginario infantile e capire come potrebbe trasformarsi quando attraversa altri media.
Sì, ne vale la pena. Per restare al passo, per tornare a casa con idee (e dubbi) più precisi, per vedere che il settore non è affatto fermo, anzi si sta riorganizzando, spesso in modo silenzioso, spesso in modo complesso. E anche per accettare che l’AI è già dentro ai processi, e che l’unico modo sensato di affrontarla è parlarne con competenza, senza isterie e senza ingenuità.
Chiudo l’articolo ringraziando lo staff della Bologna Children’s Book Fair per la concessione dei pass stampa e Federica Spada per le foto e le riprese video, realizzate in qualità di nostra operatrice multimediale.
Noi, intanto, ci saremo anche l’anno prossimo. Bologna continuerà sicuramente ad essere quel posto strano e bellissimo in cui, per qualche giorno, l’industria del libro per ragazzi mostra chiaramente una cosa, che l’immaginazione non è un accessorio ma è una filiera.
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Nerd per passione e per professione da oltre 30 anni, lavoro nel mondo dell’innovazione tecnologica come CTO e consulente, progettando ecosistemi software complessi e scalabili. Parallelamente mi dedico alla formazione informatica, condividendo esperienze e buone pratiche maturate sul campo.
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