Il We Make Future 2026 è tornato a BolognaFiere dal 24 al 26 giugno, confermandosi come uno degli appuntamenti italiani più rilevanti per chi vuole osservare da vicino l’evoluzione di AI, tecnologia e innovazione digitale. L’organizzazione lo presenta come una grande fiera internazionale dedicata ad artificial intelligence, tech e digital, con numeri ormai importanti: oltre 70.000 metri quadrati di area espositiva, più di 700 espositori e un programma ricchissimo di eventi, stage formativi, workshop e occasioni di networking. (We Make Future)
Ci sono eventi a cui si va per scoprire qualcosa che non si è mai visto. E poi ci sono eventi a cui si va per capire in che direzione si sta muovendo davvero il mercato. Il WMF appartiene soprattutto alla seconda categoria. Internet, ormai, arriva prima di tutto: le novità assolute passano dai grandi eventi internazionali, dai lanci online, dalle demo virali, dai canali degli sviluppatori e dalle community tecniche. Una fiera come questa, invece, serve a prendere il polso del settore, a capire quali parole stanno diventando slogan, quali tecnologie stanno diventando prodotto e quali promesse, per ora, restano ancora promesse.
Let’s go
L’arrivo a BolognaFiere è semplice, soprattutto se si arriva presto. Il parcheggio Michelino si conferma comodo, abbondante e vicino all’ingresso Nord, che la stessa organizzazione indica come accesso consigliato per chi raggiunge la fiera in auto. La mattina presto non ci sono code particolari, la sensazione è che buona parte del pubblico tenda ad arrivare più tardi, probabilmente nel primo pomeriggio, quando speech, incontri e attività entrano nel vivo. Prima di entrare davvero nella giornata, però, c’è un rito che non può mancare, la foto davanti all’insegna del WMF. Un piccolo gesto da visitatore abituale, ma anche un modo per segnare il passaggio da un’edizione all’altra.

All’ingresso, quasi a fare da prologo, compare un po’ di sana archeologia informatica, un Commodore CBM 2001 Series, un Apple d’epoca e altri pezzi capaci di ricordare quanto velocemente il futuro diventi museo.

È un dettaglio riuscito, perché mette subito in prospettiva tutto il resto. Mentre dentro si parla di AI, robotica, automazione e futuro del lavoro, quei vecchi computer ricordano che ogni rivoluzione tecnologica, prima o poi, diventa oggetto da esposizione.
Nerd time!
Poi, naturalmente, prima il dovere. O meglio, prima il padiglione Nerd. Incrociare i protagonisti di Guerre Stellari e una DeLorean di Ritorno al Futuro resta sempre un piacere, soprattutto dopo aver verificato che il flusso canalizzatore fosse regolare. La zona videogame fa il suo dovere con Guitar Hero, Mario Kart e un simulatore di guida con tanto di monoposto a grandezza reale riescono ancora a creare quel tipo di richiamo immediato che non ha bisogno di grandi spiegazioni.


È la parte più leggera della manifestazione, ma non per questo meno importante. In un evento dedicato al futuro, la componente pop e ludica aiuta a ricordare che la tecnologia non è solo efficienza, automazione e business plan. È anche immaginario.
AI personalizzata
Spostandosi verso le aree più “serie”, il tema forte dell’edizione 2026 appare abbastanza chiaro. Se l’anno scorso il centro di gravità era l’intelligenza artificiale generativa, spesso raccontata in modo ampio e un po’ generico, quest’anno l’attenzione si è spostata verso l’AI personalizzata. Non più soltanto strumenti che generano testi, immagini o codice su richiesta, ma sistemi pensati per agire con maggiore autonomia, svolgere compiti specifici, integrarsi nei processi aziendali e ridurre l’intervento umano nelle mansioni ripetitive.
È qui che il WMF 2026 mostra una tendenza interessante, l’AI non viene più raccontata solo come spettacolo, ma come infrastruttura d’ufficio. Agenti verticalizzati per customer care, marketing, gestione documentale, analisi dati, processi interni, supporto operativo. La parola “AI” è ovunque, spesso scritta grande, a volte troppo grande. E qui emerge una delle criticità più evidenti con molti espositori che sembrano aver capito che l’intelligenza artificiale attira attenzione, ma non sempre riescono a spiegare subito per fare cosa. In diversi casi, prima di parlare direttamente con qualcuno allo stand, non è chiaro se l’azienda si occupi di automazione, consulenza, software, formazione, marketing o sviluppo di soluzioni proprietarie. Il risultato è una comunicazione un po’ confusa, non tanto per colpa dell’organizzazione quanto per una maturità ancora incompleta del mercato. L’AI è diventata una bandiera, ma non sempre dietro la bandiera si vede subito il prodotto.
Colpisce anche un’assenza, quella della generativa “spinta”, più tecnica, più estrema, più vicina ai workflow privati in stile ComfyUI, alla produzione video cinematografica, alla costruzione di contenuti complessi e realmente avanzati. La tecnologia esiste, ma al WMF sembra ancora poco rappresentata. Qualcosa si intravede, qualche operatore c’è, ma i tentativi appaiono deboli rispetto a quello che già si vede nelle community internazionali e negli ambienti più sperimentali. Forse è semplicemente troppo presto. Forse mancano ancora operatori capaci di trasformare quelle possibilità in demo convincenti per un pubblico business. O forse la parte più avanzata della generazione visiva e video vive ancora altrove, lontana dagli stand fieristici e più vicina ai laboratori, ai creator indipendenti e agli sviluppatori.
Robotica
Altro tema caldo è la robotica, soprattutto in ambito medicale e assistenziale. Robot per il supporto agli anziani, esoscheletri per la riabilitazione, progetti legati alla mobilità e alla cura della persona mostrano una direzione affascinante.

Qui però la sensazione è doppia. Da un lato si vede una tecnologia promettente, spesso sostenuta da università, centri di ricerca e iniziative sperimentali. Dall’altro si percepisce che la vera industria applicata deve ancora arrivare con forza. Non manca l’idea, non manca il prototipo, non manca nemmeno il bisogno sociale. Manca probabilmente il passaggio più difficile, quello di portare tutto questo in produzione, dentro strutture sanitarie, residenze assistenziali, percorsi riabilitativi reali. Il freno, in questo caso, non sembra tanto tecnologico. Sembra umano, organizzativo, forse burocratico.
Mood, Vibes & Future
Sul piano dell’atmosfera, il WMF bolognese funziona, ma lascia un po’ di nostalgia per la vecchia sede di Rimini. BolognaFiere è pratica, professionale, ben servita, perfetta per un evento che vuole consolidare la propria dimensione B2B. Rimini, però, aveva un’aria diversa, meno fieristica, più da campus allargato, più informale, più vicina a una comunità che si ritrova prima ancora che a un mercato che si presenta. Anche la vicinanza al mare, soprattutto per gli eventi serali, contribuiva a creare un clima più rilassato e forse più fertile per fare rete in modo spontaneo.
Detto questo, il WMF resta un evento assolutamente consigliabile. Il prezzo del biglietto è accessibile, il programma è molto ampio e la quantità di speech e workshop è uno dei punti più forti dell’edizione. BolognaFiere ha comunicato oltre 90 stage e più di 1.000 speaker internazionali, un dato che restituisce bene la dimensione formativa dell’evento. La partecipazione agli incontri è stata consistente e, passeggiando tra le sale, si percepiva un pubblico realmente interessato, non solo di passaggio.
Resta però una domanda: cosa vuole essere davvero il WMF nei prossimi anni? Se vuole essere soprattutto un luogo di networking, formazione e business matching, la strada è già tracciata. Se invece vuole diventare anche un evento capace di stupire, manca ancora qualche espositore “wow”, qualcosa che faccia fermare le persone non solo per chiedere informazioni, ma per restare a guardare. La tecnologia oggi ha bisogno anche di dimostrazioni forti, visive, memorabili. Non basta dire “AI”. Bisogna far vedere perché quella specifica AI cambia qualcosa.

Qui a Bologna il futuro c’è, è presente, cammina tra gli stand, parla di agenti autonomi, robotica, automazione e nuovi strumenti digitali. Però sta ancora cercando una forma chiara. Molte tecnologie sono mature abbastanza da essere vendute, ma non sempre abbastanza da essere comprese al primo sguardo. Molte aziende hanno capito dove soffia il vento, ma non tutte hanno ancora imparato a spiegare perché vale la pena seguirlo. Ed è proprio qui che una manifestazione come il We Make Future diventa interessante, non perché mostri un futuro già pronto, ma perché permette di osservare il momento esatto in cui il futuro prova a diventare mercato.
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Operatore multimediale: Federica Spada
Nerd per passione e per professione da oltre 30 anni, lavoro nel mondo dell’innovazione tecnologica come CTO e consulente, progettando ecosistemi software complessi e scalabili. Parallelamente mi dedico alla formazione informatica, condividendo esperienze e buone pratiche maturate sul campo.
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