Gamescom 2026: tre giorni dentro lo stato del gaming

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Gamescom 2026: tre giorni dentro lo stato del gaming

Quest’anno ho deciso che era arrivato il momento di andare alla Gamescom. Non semplicemente seguirla attraverso comunicati, trailer, dirette e notizie, ma entrarci fisicamente, camminarci dentro e capire che effetto fa trovarsi immersi per giorni in uno degli appuntamenti più importanti del gaming mondiale.

Sei mesi prima, per riuscire ad arrivarci

La prima cosa che ho imparato, in realtà, è che alla Gamescom bisogna iniziare a pensarci molto prima di arrivare a Colonia. Nel nostro caso il viaggio è stato pianificato con circa sei mesi di anticipo, scelta quasi obbligatoria se si vuole conservare qualche speranza di trovare un alloggio a una distanza accettabile dalla fiera senza dover rivendere una scheda video RTX 5080 per pagare una notte in albergo.

Alla fine abbiamo deciso di muoverci in automobile. Da Rovigo a Colonia sono circa dodici ore di viaggio e, tutto sommato, sono passate senza particolari problemi. Le autostrade tedesche continuano a farmi una buona impressione ad ogni viaggio, generalmente ben tenute, scorrevoli e con lunghi tratti nei quali il rapporto con il limite di velocità diventa decisamente più rilassato rispetto a quello a cui siamo abituati in Italia.

Anche con l’alloggio siamo stati fortunati. Abbiamo trovato sistemazione in una cittadina turistica collegata a Colonia da un treno diretto di una ventina di minuti. Una scelta che inizialmente sembrava soltanto funzionale alla fiera e che invece si è rivelata piacevole anche per il resto del viaggio, tanto da convincerci a dedicare qualche giorno in più alla visita delle località vicine. Una buona soluzione, soprattutto dopo aver scoperto cosa significhi passare un’intera giornata alla Gamescom. Anzi, tre intere giornate.

Una fiera che va attraversata, non semplicemente visitata

Le tre giornate sono servite praticamente tutte, camminando quasi in continuazione, per avere la sensazione di aver visto davvero la zona consumer. E la parola “grande”, dopo qualche ora all’interno del quartiere fieristico di Colonia, comincia a perdere significato.

I numeri dell’edizione 2026 rendono bene l’idea, numeri che contano centinaia di migliaia di visitatori, espositori provenienti da tutto il mondo e una superficie espositiva talmente vasta da rendere quasi impossibile percepire davvero i confini della manifestazione.

La quantità di persone era impressionante. In alcuni momenti sembrava di essere trascinati da un fiume in piena, eppure raramente abbiamo avuto la sensazione di non riuscire a muoverci. Gli spazi sono talmente grandi che anche una presenza del genere viene in qualche modo assorbita dalla struttura.

Quando i grandi publisher costruiscono mondi

I grandi nomi dell’industria, naturalmente, facevano di tutto per dimostrare di essere grandi. Square Enix, Ubisoft e gli altri giganti dell’entertainment non si limitano ad allestire uno stand, ma costruiscono piccoli mondi temporanei.

Scenografie enormi, palchi, luci, eventi, statue e personaggi in scala 1:1 alti diversi metri. In certi casi più che allestimenti fieristici sembravano installazioni dedicate alla cultura nerd.

Il rovescio della medaglia sono le code. Due ore di attesa, in diversi casi, erano praticamente il punto di partenza. Abbiamo quindi preso una decisione abbastanza rapidamente, quella di rinunciare a provare buona parte dei titoli più richiesti per riuscire a vedere il resto della fiera.

Non è stata una scelta semplice, ma con tre giorni a disposizione passare metà giornata in fila davanti a quattro videogiochi avrebbe significato sacrificare tutto il resto.

Simulatori: molto più di una nicchia

Tra le sorprese maggiori vi notifico sicuramente il mondo dei simulatori. Pensavo di trovare postazioni elaborate, periferiche professionali e qualche cockpit. Ho trovato molto di più.

Alcuni produttori avevano portato camion veri, ruspe, macchine agricole gigantesche e mezzi che sulle nostre strade di provincia sembrerebbero quasi fuori scala.

Qui si comprende immediatamente quanto sia economicamente importante questo segmento. Se un’azienda può permettersi di trasformare uno stand in qualcosa che assomiglia a un cantiere o a una fiera agricola dentro una fiera di videogiochi, significa che dietro quei simulatori esiste un pubblico molto più ampio e redditizio di quanto si potrebbe immaginare osservandolo dall’esterno.

L’area indie, tra creatività e qualche delusione

Poi siamo arrivati all’area indie, probabilmente quella sulla quale avevo aspettative maggiori.

Qui il giudizio diventa inevitabilmente personale, sono rimasto un po’ deluso. La provenienza degli sviluppatori era estremamente varia e questo rendeva l’area interessante da esplorare, ma molti progetti mi sono sembrati ancora troppo acerbi.

“Troppo indie”, potremmo dire, nel senso meno romantico del termine. Diverse produzioni davano l’impressione di essere esercizi tecnici o progetti quasi scolastici più che videogiochi pronti a confrontarsi con un pubblico internazionale.

Naturalmente l’indie vive anche di sperimentazione, imperfezione e idee che i grandi publisher difficilmente finanzierebbero. Proprio per questo, però, avrei voluto trovare qualche progetto capace di sorprendermi davvero.

E l’intelligenza artificiale?

La cosa che mi ha fatto riflettere maggiormente riguarda però l’intelligenza artificiale.

Non perché fosse letteralmente assente dalla Gamescom, ma perché, attraversando la parte consumer, risultava sorprendentemente poco visibile come elemento dell’esperienza videoludica.

Per chi segue quotidianamente l’evoluzione dell’AI, il contrasto è curioso. Da anni discutiamo di modelli generativi, agenti autonomi, sintesi vocale, creazione procedurale e personaggi capaci di reagire dinamicamente al giocatore. Eppure il videogioco mostrato in fiera continua in larga parte a comunicare attraverso strutture piuttosto tradizionali.

Forse i tempi tecnologici sono maturi più rapidamente di quelli produttivi.

Inserire un NPC realmente dinamico in un videogioco non significa semplicemente collegarlo a un modello linguistico. Bisogna renderlo coerente con la storia, controllabile, prevedibile quando necessario, economicamente sostenibile e soprattutto divertente.

La sensazione, però, è che qui ci sia ancora moltissimo spazio inesplorato. Mi sarebbe piaciuto vedere qualche sviluppatore rischiare di più.

Hardware, LED e quei 32 GB di RAM

Sul fronte hardware, invece, eravamo decisamente a casa.

Schede video di fascia alta, configurazioni estreme, case in vetro temperato e quantità di LED sufficienti a rendere visibile Colonia dallo spazio. Non sempre funzionali, probabilmente, ma il gaming PC vuole anche la sua parte di spettacolo e va bene così.

Una curiosità mi ha però accompagnato per diversi stand, quasi tutte le configurazioni che abbiamo osservato si fermavano a 32 GB di RAM.

Macchine equipaggiate con GPU costosissime e sistemi di raffreddamento elaborati, ma con una quantità di memoria in zona “game sweet spot”, niente 64 GB su build senza compromessi.

Non un piccolo dettaglio, ma lo specchio del momento drammatico che sta vivendo l’hardware consumer.

VR: l’assenza che si nota

Molto evidente, almeno per me, è stata invece la debolezza del comparto VR.

Mi aspettavo una presenza maggiore e ho trovato veramente poco. Forse Gamescom non è semplicemente il palcoscenico ideale per la realtà virtuale, oppure il settore ha superato la fase dell’effetto “wow” senza essere ancora riuscito a trovare una dimensione economica sufficientemente convincente per gli sviluppatori.

Da appassionato di VR mi dispiacerebbe vederla progressivamente confinata alle applicazioni industriali e professionali.

Le potenzialità nel gaming rimangono enormi, ma tra potenzialità tecnologica e mercato sostenibile esiste una distanza che evidentemente non è ancora stata colmata.

Dopo tre giorni, cosa resta davvero?

Ora che sono passati alcuni giorni e anche l’acido lattico nelle gambe ha finalmente deciso di abbandonarmi, riesco a guardare alla Gamescom con un po’ più di distacco.

È una bella fiera? Assolutamente sì.

Ci tornerei? Sì.

La Gamescom funziona perché permette di osservare fisicamente lo stato del gaming, dove stanno andando gli investimenti, quali settori riescono a riempire padiglioni, quali tecnologie vengono spinte e quali invece sembrano momentaneamente rimanere ai margini.

E poi rimane qualcosa che nessuna presentazione online può realmente sostituire. Se sei appassionato di videogiochi, per tre giorni sei circondato da persone che parlano la tua stessa lingua culturale. Videogiochi, hardware, cosplay, simulatori, tecnologia, personaggi improbabili e gigantesche statue convivono nello stesso spazio con una naturalezza difficile da trovare altrove.

Per questo, probabilmente, tornerò.

Anche se la prossima volta inizierò ad allenare le gambe sei mesi prima.

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