C’è un errore che vedo spesso quando qualcuno si avvicina alla grafica AI con l’idea di creare un virtual influencer, partire dal volto. Si apre il generatore, si spinge sullo stile “che spacca”, si trova una faccia memorabile, poi si tenta di costruirci attorno una personalità e, soprattutto, un motivo per cui il pubblico dovrebbe seguirla. Il risultato è quasi sempre lo stesso, un personaggio bello, ma vuoto. E quando un personaggio è vuoto, non vende niente, non trattiene attenzione, non crea community. Anche se tecnicamente è perfetto.
Il punto è che un virtual influencer non è solo un’immagine, è una relazione parasociale che nasce da coerenza e micro-aspettative soddisfatte episodio dopo episodio. E quindi prima della generazione viene la parte più “da professionista”, fare casting. Non in senso teatrale, ma in senso strategico. Decidere chi deve essere quel personaggio, perché deve esistere, per chi, e quale piacere (o bisogno) deve far scattare ogni volta che appare nel feed.
Quello che segue è un metodo pratico, passo-passo, per arrivare a un casting vincente. È pensato per chi sta iniziando come AI creator, quindi lo tengo operativo, ma senza ridurlo a ricette da fuffa. Alla fine trovi anche prompt pronti all’uso per un character sheet e per una carta d’identità del personaggio, così non ti ritrovi a improvvisare mentre generi.
Si parte dal prodotto
Se l’obiettivo è vendere (o far vendere), il prodotto decide il perimetro del personaggio. “Prodotto” non significa per forza un oggetto fisico, può essere un servizio, un’app, un corso, un e-commerce, una linea di abbigliamento, perfino un’idea che vuoi rendere desiderabile. Quello che ti serve è una descrizione concreta, senza poesia, che cosa offri, a che prezzo o con quale posizionamento, e soprattutto in che momento della vita dell’utente si inserisce.
Un trucco che funziona è formulare il prodotto come un “prima e dopo”. Prima: frizione, fatica, incertezza, mancanza. Dopo: sollievo, status, ordine, energia, controllo, appartenenza. Se non riesci a descrivere bene quel passaggio, il tuo virtual influencer non avrà terreno su cui camminare, perché non saprà che cosa promettere, in modo implicito, ogni volta che si mostra.
E qui arriva una distinzione utile per il casting… stai vendendo performance (risultati misurabili) o stai vendendo identità (come mi sento e come mi vedono)? Molti prodotti si raccontano bene con entrambi, ma di solito uno domina. Un integratore “performance” tollera un personaggio più tecnico, un brand streetwear “identità” regge meglio un personaggio con carisma e segnali culturali forti.
Definisci il target come una scena
“Target 18-34” non significa niente. Per fare casting ti serve una scena, cioè dove si trova questa persona, che cosa sta cercando, qual è il suo problema reale. Chiediti se il tuo pubblico vuole essere guidato, intrattenuto, rassicurato o provocato. Sono quattro spinte diverse, e quasi sempre una è dominante. La guida richiede credibilità. L’intrattenimento richiede ritmo e sorprese. La rassicurazione richiede costanza e cura. La provocazione richiede coraggio e una buona gestione del rischio.
Metti ordine nei bisogni
Qui entriamo nella parte che fa la differenza tra “personaggio carino” e “personaggio che aggancia”.
I bisogni possono essere letti in modo classico, come quelli legati a sicurezza, appartenenza, stima, autorealizzazione. Ma per un lavoro operativo conviene tradurli in bisogni “da feed”, cioè in sensazioni che il pubblico vuole ottenere velocemente ccome sentirsi capito, sentirsi migliore, sentirsi parte di qualcosa, sentirsi al sicuro, sentirsi speciale, sentirsi competente, sentirsi desiderabile, sentirsi libero.
Un virtual influencer funziona quando, anche senza accorgertene, ti fa fare micro-azioni emotive. A volte è un’idea utile. A volte è un look. A volte è un modo di parlare che ti fa pensare “questa cosa l’avrei detta io”. Fare casting significa scegliere quali micro-premi il tuo personaggio deve distribuire con regolarità.
La tassonomia del piacere
“Piacere” significa gratificazione. È l’energia che fa tornare le persone.
La tassonomia del piacere (nota anche come Four Pleasures Framework) è un modello che classifica la gratificazione che le persone provano nell’esperienza di un prodotto o servizio in quattro categorie. Nasce dagli studi dell’antropologo Lionel Tiger sul piacere e viene poi ripresa e resa molto popolare nel design da Patrick W. Jordan, soprattutto nel contesto del “design for pleasure”.
Piacere fisico o fisiologico (physio/physical pleasure)
Riguarda il corpo e i sensi, comfort, ergonomia, sensazioni tattili, visive, uditive, olfattive, gusto, “piacere di usare” a livello sensoriale.
Piacere psicologico (psycho/psychological pleasure)
Riguarda la mente, soddisfazione cognitiva, chiarezza, controllo, apprendimento, senso di competenza, riduzione di frizione e stress, piacere di “capire” e di “riuscire”. In Jordan è tipicamente psycho-pleasure (cognitivo ed emotivo legato all’uso).
Piacere sociale (socio/social pleasure)
Riguarda le relazioni come appartenenza, status nel gruppo, conversazioni che nascono attorno all’esperienza, riconoscimento, condivisione, segnali identitari verso gli altri. In Jordan è socio-pleasure.
Piacere ideologico (ideo/ideological pleasure)
Riguarda valori e significato, sentirsi “allineati” a un’idea (sostenibilità, artigianalità, minimalismo, etica, cultura), coerenza con l’immagine di sé e con ciò che si considera giusto o importante. In Jordan è ideo-pleasure.
Nel casting, scegliere un piacere principale e uno secondario è spesso la mossa vincente. Due, non cento. Perché poi dovrai ripeterli per mesi.
LeBlanc e la “formula del divertimento”
Se vuoi una griglia elegante e molto usata nel design (anche fuori dal gaming), la tassonomia di LeBlanc sulle “aesthetics” è oro per fare casting. Anche qui non stiamo parlando di estetica come “stile grafico”, ma come tipo di esperienza emotiva che l’utente vive.
Le categorie più citate sono: sensazione (stimoli), fantasia (mondi), narrazione (storia), sfida (superamento), comunità (socialità), scoperta (curiosità), espressione (identità), sottomissione (relax, spegnere il cervello). Il tuo virtual influencer deve essere principalmente “narrazione + espressione”? Oppure “scoperta + sensazione”? Oppure “comunità + relax”?
Questa scelta orienta il look, il tono, le rubrica, la frequenza, perfino le pose nelle immagini. Se vuoi “espressione”, il pubblico deve potersi identificare e rubare pezzi di stile. Se vuoi “scoperta”, devi curare l’effetto “oggi ti porto in un posto nuovo”, anche se quel posto è una micro-nicchia culturale.
Archetipi, credibilità e rischio
A questo punto hai prodotto, scena, bisogni e piaceri. Ora devi decidere “chi” è la persona che incarna quella promessa. Qui gli archetipi aiutano perché sono scorciatoie cognitive come il Mentore, l’Amico, la Ribelle, l’Esploratore, il Creativo, il Sovrano, l’Innocente, il Saggio, il Burlone. Non serve essere fedeli alla lettera, basta scegliere una direzione e non tradirla.
Poi c’è la credibilità. Un personaggio può essere credibile in due modi, per competenza (ti fidi perché sa) o per prossimità (ti fidi perché è “come te”). Se fai un virtual influencer che vende strumenti per creativi, può funzionare una figura da “artigiano digitale” (competenza), oppure una figura da “studente che sta imparando” (prossimità).
Infine c’è la gestione del rischio, quanto vuoi spingerti oltre? Più il personaggio è polarizzante, più può crescere veloce, ma più richiede una strategia per evitare di bruciarsi. Se il tuo progetto vuole stare “brand-safe”, di solito conviene un personaggio con edge controllato, con ironia, cultura, un pizzico di eccentricità, ma senza zone grigie che ti esplodono in faccia quando inizi a collaborare con brand.
Il “DNA” operativo del personaggio
Il DNA del virtual influencer, in pratica, è un pacchetto di decisioni stabili quali età percepita, provenienza culturale (senza stereotipi), professione o “missione”, vocabolario, ritmo, estetica, palette emotiva, limiti etici, e un paio di contraddizioni leggere che lo rendono umano. Sì, le contraddizioni servono. Un personaggio troppo perfetto è sterile. Uno che ha una piccola frizione interna è interessante. Ad esempio molto competente ma ansioso. Molto cool ma iper preciso. Molto ironico ma con un lato tenero che ogni tanto scappa fuori.
Un metodo che consiglio è scegliere anche un “oggetto-firma” e una “situazione-firma”. L’oggetto-firma è un dettaglio ricorrente che crea riconoscibilità (un accessorio, un device, un simbolo). La situazione-firma è il contesto in cui lo vediamo spesso (scrivania, metro, backstage, laboratorio). Queste due cose ti aiutano tantissimo anche nella generazione AI, perché danno coerenza visiva senza dover ripensare tutto ogni volta.
Character sheet e carta di identità
Qui sotto ti lascio un prompt “madre” che puoi incollare e adattare. È scritto per ottenere un character sheet utile per un virtual influencer pensato per un magazine nerd e per un AI creator che vuole rimanere credibile e replicabile nel tempo.
Crea un character sheet completo per un virtual influencer destinato a contenuti su grafica AI e cultura nerd, con obiettivo di promuovere prodotti digitali e creativi (tool, corsi, risorse). Descrivi identità, background e motivazioni in modo realistico e contemporaneo. Specifica: età percepita, luogo di base, micro-biografia (max 120 parole), missione personale, valori non negoziabili, 3 contraddizioni leggere che lo rendono umano, tono di voce (registro linguistico, parole ricorrenti, parole da evitare), senso dell’umorismo, interessi nerd credibili (non caricaturali), competenze dichiarate e competenze che sta ancora imparando. Definisci anche: piaceri principali offerti al pubblico (scegli 2) e piacere secondario (1), bisogni del pubblico che soddisfa, e la combinazione LeBlanc dominante (scegli 2 aesthetics). Includi una sezione ‘Linee guida di coerenza’ con tratti fisici distintivi e dettagli visivi ricorrenti, più una sezione ‘Limiti’ con temi che non tratta. Scrivi in italiano.Genera una carta d’identità sintetica (massimo 220 parole) per un virtual influencer. Deve includere: nome, età percepita, città base, job title creativo, tagline (massimo 12 parole), promessa al pubblico in una frase, target descritto come scena quotidiana, 2 piaceri principali + 1 secondario che il personaggio offre, 1 combinazione LeBlanc dominante, 3 tratti visivi invariabili (es. capelli, segno particolare, accessorio), 3 pilastri di contenuto (rubriche ricorrenti), tono di voce in 3 aggettivi, 2 frasi tipiche che direbbe, e 2 cose che non farebbe mai. Stile: chiaro, concreto, niente fuffa, italiano.
RISULTATO:
Nome: Milo Raster
Età percepita: 27 anni
Città base: Milano, zona Isola
Job title creativo: AI Creative Curator & Tool Reviewer
Tagline: AI creativa, senza hype inutile.
Promessa al pubblico: ti aiuta a scegliere tool, corsi e risorse digitali con criterio, risparmiando tempo e confusione.
Target come scena quotidiana: creator, freelance o designer davanti a mille tab aperte, una deadline vicina e il dubbio: “questo tool mi serve davvero?”
Piaceri offerti:
Principali: Scoperta + Padronanza
Secondario: Rassicurazione
Combinazione LeBlanc dominante: **Discovery + Expression**
3 tratti visivi invariabili:
Capelli castano scuro con ciocca ciano-argento; occhiali tondi trasparenti; sling bag con pin d20 e floppy.
3 pilastri di contenuto:
1. Tool Check: test rapidi e onesti di strumenti AI creativi.
2. Workflow Puliti: mini-processi replicabili per grafica, contenuti e branding.
3. Nerd Reference: ispirazioni da videogiochi, UI, artbook e cultura digitale.
Tono di voce: concreto, curioso, autoironico.
2 frasi tipiche:
“Bello il trend, ma vediamo se regge in produzione.”
“Prima il criterio, poi il prompt.”
2 cose che non farebbe mai:
Promettere guadagni facili con l’AI.
Promuovere tool senza testarli o dichiarare affiliazioni.Generiamo anche un turnaround full-body e un face expression sheet.


NOTA INQUIETANTE: l’aspetto del volto riprende i miei profili, senza che io l’abbia esplicitato nel prompt…
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Nerd per passione e per professione da oltre 30 anni, lavoro nel mondo dell’innovazione tecnologica come CTO e consulente, progettando ecosistemi software complessi e scalabili. Parallelamente mi dedico alla formazione informatica, condividendo esperienze e buone pratiche maturate sul campo.
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